p 330 .

La fine dello stato liberale e l'avvento del fascismo in Italia.

3 . Le interpretazioni "classiche".

Da: B. Croce, Per la nuova vita dell'Italia. Scritti e discorsi 1943-
1944, R. Ricciardi, Napoli, 1944; P. Gobetti, La rivoluzione liberale.
Saggio sulla lotta politica in Italia, Einaudi, Torino, 1969; M. H.
Dobb, Economia politica e capitalismo, Boringhieri, Torino, 1950 .

Fino agli anni Sessanta il dibattito storiografico sul fascismo si 
incentrato su tre interpretazioni "classiche". Largo consenso,
soprattutto negli ambienti culturali vicini all'idealismo filosofico e
al liberalismo politico, riscosse inizialmente la tesi di Benedetto
Croce, il quale defin il fascismo come una malattia morale, "una
parentesi nel corpo sostanzialmente sano dell'Italia"; negando che
esso fosse la continuazione e tanto meno la conseguenza del vecchio
stato liberale, egli afferm che il fenomeno fascista fu "uno
smarrimento di coscienza, una depressione civile e una ubriacatura,
prodotta dalla guerra". Studiosi di diverso orientamento,
prevalentamente radicale, sostennero, al contrario, non solo la
continuit tra il periodo fascista e le precedenti fasi storiche, ma
individuarono in queste i germi di quello. La terza interpretazione 
quella di orientamento marxista che considera il fascismo come un
prodotto del capitalismo e una reazione antiproletaria. Riportiamo di
seguito alcuni brevi passi esemplificativi delle tre diverse
interpretazioni. Il primo  di Benedetto Croce. Il secondo  di Piero
Gobetti, letterato e politico liberale impegnato nella lotta contro il
fascismo, che

p 331 .

gi nel 1924 considerava il regime come una conseguenza di
caratteristiche presenti da tempo nello stato e nella societ
italiana. La tesi di orientamento marxista  esposta in modo chiaro
nel terzo passo, tratto da un'opera dell'economista inglese Maurice
Herbert Dobb.

La dittatura di Mussolini e dei suoi armati non fu propriamente una
storia italiana ma estranea alle intime aspirazioni di questo popolo,
abbagliato da una luce ingannatrice, una frattura rispetto alla
tradizione del Risorgimento. Il fascismo non fu il frutto di una
necessit generale ma di una banda di avventurieri, priva di radici
nel passato, un cattivo sogno dileguatosi al primo raggio di luce.
Dopo la guerra del 1914-'18, essendo la fede politica e morale nella
civilt umana mortificata, depressa e dispersa, fu possibile a
Mussolini, uomo privo ed incapace di ogni fede e pronto ad accettarle
l'una dopo l'altra o ad abbracciarle tutte insieme mescolandole, mosso
dall'unico impulso della sua brama di dominio e dall'orgia, che si
riprometteva, di prepotenza e sfoghi di ogni sorta, e innanzi tutto
dalla sua sconfinata vanit, raccoglier attorno a s una banda di
similmente disposti avventurieri, e profittare dei contrasti e delle
debolezze che erano nel popolo italiano, nei suoi ceti dirigenti e nei
suoi governi, e della confusione nei concetti e della stanchezza
generale, per afferrare la macchina dello Stato, attaccarvisi
ingannando con dichiarazioni e proteste menzognere e manovrarla ai
propri fini.

Il fascismo ha avuto almeno questo merito: di offrire la sintesi,
spinta alle ultime interferenze, delle storiche malattie italiane:
retorica, cortigianeria, demagogismo, trasformismo. Combattere il
fascismo deve voler dire rifare la nostra formazione spirituale,
lavorare per le nuove lites e per la nuova rivoluzione. Il fascismo 
legittimo erede della democrazia italiana eternamente ministeriale e
conciliante, paurosa delle libere iniziative popolari, oligarchica,
parassitaria, paternalistica: Vittorio Emanuele Orlando e Enrico De
Nicola erano nel listone con pieno diritto in perfetta parit di
spirito.
Quando l'opposizione parla di democrazia e di liberalismo deve sapere
che lavora per il futuro, contro corrente; deve sapere che il fascismo
 il governo che si merita un'Italia di disoccupati e di parassiti
ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e
liberali, e che per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione
integrale, dell'economia come delle coscienze.

La funzione storica del fascismo  duplice. Per prima, quella di
rompere e disperdere le organizzazioni indipendenti della classe
lavoratrice, e di farlo nell'interesse della "classe media" o
"dell'uomo della strada", ma in definitiva nell'interesse del grande
capitale. In secondo luogo, quella di organizzare la nazione sia
spiritualmente, attraverso un'intensa propaganda, sia praticamente,
con la preparazione militare e una centralizzazione autoritaria, per
un'ambiziosa campagna di espansione territoriale [...]. Il fascismo 
il figlio di un tipo speciale di crisi: cio, una crisi del
capitalismo monopolistico, traente la sua gravit dal fatto che il
sistema si trova la strada sbarrata, sia per lo sviluppo estensivo,
che per uno sviluppo pi intensivo del campo di sfruttamento. Per
spezzare questi limiti, nuove e straordinarie misure di dittatura
politica vengono inevitabilmente all'ordine del giorno. Se si
dovessero riassumere in breve i presupposti storici del fascismo, si
potrebbe parlare di tre fattori dominanti: la sfiducia del capitale di
trovare una soluzione normale per le difficolt create dalla
limitazione del campo di investimento; una considerevole e disagiata
"classe media", ovvero elementi declassati che, in assenza di un altro
punto di orientamento, sono maturi per essere conquistati al credo
fascista; e una classe lavoratrice abbastanza privilegiata e
abbastanza forte per resistere a una normale pressione sul suo tenore
di vita, ma sufficientemente disunita e priva di coscienza di classe
(almeno nella sua direzione politica) per essere politicamente debole
nell'affermare la sua forza e nel resistere all'attacco.

p 332 .

4 . Il ruolo determinante del ceto medio.

Da: L. Salvatorelli, Nazionalfascismo, Einaudi, Torino, 1977; G.
Salvemini, Diario degli anni 1922 e 1923. Fascisti e generali, in "Il
Mondo", 14 ottobre 1958 .

Un importante punto di riferimento per la ricostruzione del periodo
fascista  rappresentato dalle opere di due studiosi che hanno vissuto
durante quegli anni, Luigi Salvatorelli e Gaetano Salvemini. Entrambi,
nei passi che qui riportiamo, evidenziano come l'insoddisfazione, la
frustrazione e la paura del ceto medio abbiano svolto un ruolo
determinante per l'avvento del fascismo.

Il fascismo rappresenta la "lotta di classe" della piccola borghesia,
incastrantesi fra capitalismo e proletariato, come il terzo fra i due
litiganti.
Detto questo,  insieme spiegato il fenomeno della duplicit
contraddittoria, delle "due facce", delle "due anime", che tanto ha
dato da fare ai critici del fascismo. In realt il fascismo  uno; ma
appunto perch si contrappone contemporaneamente a due forze sociali
tra loro opposte - anche se complementari - esso acquista connotati
differenti secondoch lo si guardi nella sua impostazione
anticapitalistica o in quella antiproletaria. Parlare di
anticapitalismo fascista parr un assurdo a molti, persino ai
fascisti; eppure esso  una realt: si ricordino le dichiarazioni
esplicite e frequenti, nel campo fascista, contro la plutocrazia, la
borghesia, le vecchie classi dirigenti, dichiarazioni che si accordano
cos bene con le origini e l'attivit passata della maggior parte dei
capi fascisti, e che si avrebbe assolutamente torto a considerare come
opportunistiche ed ipocrite. [...] E oggi noi vediamo il sindacalismo
fascista mostrare chiaramente la tendenza ad assorbire le
organizzazioni padronali, industriali ed agrarie, che  quanto dire
tentar di sopprimere l'organizzazione sindacale del capitalismo;
mentre i teorici e i polemisti del fascismo affermano, pi
risolutamente che mai, dover la Nazione e lo Stato nazionale assorbire
e sopprimere le classi: quella capitalistica non meno di quella
proletaria.
Se, tuttavia, la lotta fascista si  svolta, finora, prevalentemente -
o addirittura esclusivamente, per ci che riguarda i risultati
specifici effettivi, almeno nel campo economico-sociale - contro il
proletariato, ci  dipeso da una quantit di cause: psicologia
piccolo-borghese; pi avversa, nel momento della efflorescenza operaia
postbellica, ai proletari che ai capitalisti; presunta imminenza, nel
dopoguerra italiano, della rivoluzione proletaria, giudicata pertanto
come il pericolo pi urgente; ferrea coercizione delle realt
materiali, costringenti a cercare appoggio nel capitalismo contro il
proletariato, e ad approfittare della tolleranza e della connivenza
statali, assai pi facili ad aversi contro il secondo che non contro
il primo; infine, il patriottismo piccolo-borghese, naturalmente
rivolgentesi, nella sua grossolanit impulsiva e nella sua retorica
miope, contro il proletariato che pareva negare la patria, mentre
l'alta borghesia aveva avuto sempre l'accortezza non solo
d'affermarla, ma di identificarsi con essa.
Con questo siamo giunti al punto decisivo nel processo di
cristallizzazione del fascismo; e cio all'adozione, come propria idea
centrale, del mito nazionalista da parte dei piccolo-borghesi, e
quindi alla identificazione di nazionalismo e fascismo.

Se non ci fu il pericolo obiettivo di una rivoluzione comunista, ci fu
la minaccia verbale da parte dei socialisti; ci fu la paura subiettiva
nelle classi possidenti; ci fu la irritazione in tutte le persone di
buon senso per i disordini senza scopo; ci fu la scempiaggine
socialista, che maltrattando e insultando i giovani tornati dalla
guerra, quasi che fossero colpevoli di non essere scappati,
scimmiottando Lenin nella lotta contro gli intellettuali, respinse
verso destra moltissimi elementi, i quali non domandavano se non di
andare a sinistra. [...]
La paura della rivoluzione e la irritazione per i disordini continui e
per le violenze verbali

p 333 .

spiegano come si sia formato in tanta parte della giovent del medio
ceto lo stato d'animo antisocialista, da cui  nato il fascismo.

p 333 .

5 . Il fascismo come rivoluzione della piccola borghesia secondo
Renzo De Felice.

Da: R. De Felice, Intervista sul fascismo, Laterza, Bari, 1975 .

Una forte spinta ad approfondire la discussione sul fascismo  venuta,
a partire dalla fine degli anni Sessanta, da studiosi di vario
orientamento, tra i quali si  distinto Renzo De Felice, autore di una
monumentale biografia di Mussolini. Lo storico recentemente scomparso
distingue tra "fascismo regime" e "fascismo movimento" ed afferma che
questo fu un fenomeno rivoluzionario, sostenuto dalla piccola
borghesia che aspirava "ad una propria maggiore partecipazione e
direzione della vita sociale e politica".

Il fascismo movimento  stato l'idealizzazione, la velleit di un
certo tipo di ceto medio emergente. Qui sta, secondo me, il punto che
mi differenzia da molti altri studiosi di questi problemi: un ceto
medio emergente che tende a realizzare una propria politica in prima
persona. Dico emergente perch in genere questo discorso - che  stato
fatto amplissimamente (basti pensare al Nazionalfascismo di
Salvatorelli, a Cappa; a tutta la letteratura che si  sviluppata da
questa linea nei primi anni del fascismo e dopo) -  partito da un
punto fermo: un declassamento dei ceti medi che si proletarizzano e
che, per sfuggire a questo destino, si ribellano. Insomma,
schematizzando, il fascismo come fenomeno degli spostati, dei falliti.
Non metto in dubbio che ci siano anche questi, ma sono le frange. Il
fascismo movimento, invece,  stato in gran parte l'espressione di
ceti medi emergenti, cio di ceti medi che cercano - essendo diventati
un fatto sociale - di acquistare partecipazione, potere politico.
Ingrossando le fila, il fascismo si apr indubbiamente un po' a tutti
i ceti sociali, ma il suo nerbo, sia quantitativamente sia in
particolare per quel che concerneva i quadri e gli elementi pi attivi
politicamente e militarmente, si caratterizz in senso piccolo-
borghese, dando a tutto il movimento (e al successivo partito, almeno
sino all'epurazione che ne fece Augusto Turati nella seconda met
degli anni Venti) il carattere di un fenomeno che aveva degli aspetti
di classe. Questo spiega, a mio avviso, la sua scarsa penetrazione
nelle regioni pi tradizionali, dove la piccola borghesia non era di
tipo moderno, e, quindi, era pi integrata. Un carattere, questo, che
diede al fascismo movimento la possibilit di costituire il pi
importante punto di riferimento e di attrazione per quei settori della
piccola borghesia che aspiravano ad una propria maggiore
partecipazione e direzione della vita sociale e politica nazionale,
settori che non riconoscevano pi alla classe dirigente tradizionale e
a quella politica in specie n la capacit n la legittimit di
governare, e, sia pur confusamente, contestavano anche l'assetto
sociale che essa rappresentava. Fu la prima guerra mondiale che
mobilit tutta una parte della societ italiana, restata sino allora
in disparte. E questa parte, mobilitata per la guerra, epper esclusa
dal potere effettivo, dalla partecipazione, tende poi, attraverso il
fascismo, a rivendicare, ad acquistare una sua funzione. [...]
Il fascismo fu quindi il tentativo del ceto medio della piccola
borghesia ascendente - non in crisi - di porsi come classe, come nuova
forza. In questo senso il fascismo movimento fu un tentativo di
prospettare nuove soluzioni "moderne" e "pi adeguate". Si spiega
allora anche un certo tipo di corporativismo, di "interclassismo",
eccetera di tipo moderno, non antico. [...]
Checch dica tanta gente, secondo me [...] si pu parlare di fenomeno
rivoluzionario, per nel senso etimologico della parola, perch, se si
pretende di parlare di rivoluzione dando alla parola un valore morale,
positivo o, ancor pi, in riferimento ad una concezione come quella
leninista, allora  evidente che il fascismo non fu una rivoluzione.
Ma secondo me  sbagliato

p 334 .

applicare tale criterio a tutti i fenomeni. In questa prospettiva io
dico che il fascismo  un fenomeno rivoluzionario, se non altro perch
 un regime, e ancor pi un movimento - e qui c' da tener presente la
differenza di grado tra quello che fu il regime e quello che avrebbe
voluto essere il movimento - che tende alla mobilitazione, non alla
demobilitazione delle masse, e alla creazione di un nuovo tipo di
uomo. Quando si dice che il regime fascista  conservatore,
autoritario, reazionario, si pu avere ragione. Per esso non ha nulla
in comune con i regimi conservatori che erano esistiti prima del
fascismo e con i regimi reazionari che si sono avuti dopo.
Per esempio, pu essere politicamente efficace definire fascista il
regime dei colonnelli che c' stato in Grecia [si riferisce alla
cosiddetta "dittatura dei colonnelli" durata dal 1867 al 1974] e
quello militare cileno [affermatosi nel 1973 con un colpo di stato che
port al potere il generale Pinochet], per questo vale solo come
slogan politico. Per il resto tanto il regime greco quanto quello
cileno si rifanno al classico sistema autoritario e reazionario
ottocentesco, sono cio regimi che tendono alla demobilitazione totale
delle masse, alla sola partecipazione passiva delle masse al regime
stesso. Non  un caso che i colonnelli greci e i militari cileni non
hanno dato vita, per quel che ne so, a un proprio partito di massa.
Il regime fascista, invece, ha come elemento che lo distingue dai
regimi reazionari e conservatori, la mobilitazione e la partecipazione
delle masse. Che poi ci sia realizzato in forme demagogiche 
un'altra questione: il principio  quello della partecipazione attiva,
non dell'esclusione. Questo  un punto che va tenuto presente,  uno
degli elementi, diciamo cos, rivoluzionari. Un altro elemento
rivoluzionario  che il fascismo italiano - anche qui si pu dire
demagogicamente, ma  un altro discorso - si pone un compito, quello
di trasformare la societ e l'individuo in una direzione che non era
mai stata sperimentata n realizzata.
 I regimi conservatori hanno un modello che appartiene al passato, e
che va recuperato, un modello che essi ritengono valido e che solo un
evento rivoluzionario ha interrotto: bisogna tornare alla situazione
prerivoluzionaria. I regimi di tipo fascista, invece, vogliono creare
qualcosa che costituisca una nuova fase della civilt.

6 . Le critiche all'interpretazione di De Felice.

Da: "Italia contemporanea", ventiseiesimo, n. 119, aprile-giugno,
1975; N. Tranfaglia, Le principali interpretrazioni del fascismo, in
Il materiale e l'immaginario, ottavo, tomo primo, Loescher, Torino,
1985 .

Il dibattito storico-politico sul fascismo  stato recentemente
ravvivato dallo studioso italiano Renzo De Felice; le sue numerose
pubblicazioni, tra cui una monumentale biografia di Mussolini, e
soprattutto la sua tesi secondo la quale il fascismo ebbe innegabili
contenuti rivoluzionari di origine piccolo-borghese (vedi lettura 5),
hanno infatti sollevato discussioni e polemiche che hanno favorito
ulteriori approfondimenti storiografici su tutto il periodo della
storia italiana dall'avvento del fascismo alla fine della seconda
guerra mondiale. Riportiamo qui di seguito un passo tratto dalla dura
risposta alle interpretazioni defeliciane da parte dell'Istituto
nazionale per la storia del movimento di liberazione, e una puntuale
critica espressa dallo storico Nicola Tranfaglia.

Il sostanziale qualunquismo storiografico di questo modo di affrontare
la storia del fascismo, valutata fra l'altro a chili o quintali di
carta stampata, emerge anche dall'eclettismo con cui sono di volta in
volta accettati i contributi di studiosi di diversa provenienza, non
per animare una dialettica interna o un dibattito storiografico, ma
per confermare il rifiuto di ogni valutazione, per evitare una scelta
precisa, cos da affermare che una interpretazione vale l'altra, che
ogni ricostruzione  fungibile rispetto ad un'altra, che quindi non
essendocene una migliore di

p 335 .

un'altra tutte sono buone o meno buone, ma tutte sono uguali e di pari
validit, e comunque degne di coesistere.
Fare la storia senza prendere posizione, riferire diverse ipotesi
interpretative per negarle tutte, senza peraltro riuscire ad
esprimerne una propria, ecco il falso modo di problematizzare tipico
di questa storiografia. Porre tutte le tesi sullo stesso piano,
livellare tutte le forze politiche e sociali - la burocrazia, la
diplomazia, le forze economiche, il partito fascista - quasi che tra
di esse non vi fosse una differenza qualitativa di peso specifico,
ecco un altro dei canoni metodologici della storiografia afascista,
esemplarmente rappresentata dalla biografia mussoliniana del De Felice
e dalla rivista "Storia contemporanea", che proprio per le sue
caratteristiche promette di offrire larga copertura al mimetismo
culturale e all'opportunismo accademico delle peggiori tradizioni
intellettuali italiane. [...]
Il centrismo storiografico, ecco la vocazione politico-culturale di
questa storiografia che pone quindi al centro delle proprie
preoccupazioni l'esigenza di ricuperare le classi medie ad una
politica di juste-milieu [giusto mezzo] democratico.
Ora nessuno certo oserebbe negare l'importanza di sottrarre ancora una
volta i ceti medi all'abbraccio del fascismo, anche a non condividere
le simpatie della storiografia defeliciana per il "nazionalfascismo",
ossia per l'interpretazione del fascismo data cinquant'anni fa da
Luigi Salvatorelli, che tendeva a fare dei ceti medi e piccolo-
borghesi non la massa di manovra, ma i protagonisti del fascismo. Una
interpretazione che conserva tuttora una sua precisa validit non gi
per la identificazione in essa implicita tra fascismo e piccola
borghesia, ma per il fatto di avere precocemente messo in luce
l'importanza della componente nazionalista e piccolo-borghese nel
fenomeno del fascismo. Ci nonostante sorgono alcuni dubbi: un certo
tipo di ricostruzione e di interpretazione del fascismo non serve
proprio a sollecitare quella identificazione dei ceti medi con il
fascismo e con Mussolini piccolo-borghese che si dice di voler
prevenire? Il qualunquismo culturale e storiografico, che
inevitabilmente deriva da certe posizioni e dal rifiuto di esprimere
giudizi, non finisce per alimentare ulteriormente certe nostalgie
d'ordine, la cui matrice pu facilmente essere individuata da uno
storico del fascismo? Teorizzare l'esistenza di una terza forza non
porta ad un'analisi riduttiva della realt politica, economica e
sociale? E una simile analisi non impedisce di evidenziare tutte le
componenti del fascismo e le minacce da quelle portate alle
istituzioni democratiche, che anche la storiografia dovrebbe difendere
trasmettendo i valori dell'antifascismo e della Resistenza come vitale
patrimonio politico e culturale e curando un'esatta ricostruzione del
processo attraverso il quale gi una volta il fascismo  riuscito ad
affermarsi nella societ italiana?
Ma  appunto qui che il centrismo storiografico mostra la corda: il
presentare il fascismo come forza autonoma, indipendente da ogni altro
condizionamento politico, economico e sociale  pura astrazione. Che
il fascismo abbia avuto all'interno della societ italiana i suoi
momenti di autonomia nessuno potr negarlo proprio perch va respinto
ogni rozzo meccanicismo che veda in ogni atto del potere politico la
longa manus del grande capitale. Il discorso non  questo:  un
discorso di grandi linee e di lunga durata e sotto questo profilo
avere ben chiari quali sono i fattori portanti di un certo tipo di
sviluppo politico ed economico  la premessa fondamentale per
costruire qualsiasi interpretazione del fascismo. Lo sbriciolamento di
questo discorso nell'episodica, in una parcellizzazione di fatti
comuni e spesso contraddittori non serve a dare nessuna prospettiva, a
meno che non si miri a confondere ad arte le carte e i lettori. Lo
stesso va detto per ogni studio settoriale che isoli l'angolatura
specifica e specialistica di un ambito limitato da una problematica e
da una interpretazione generale, nel presupposto (inesistente) che i
documenti, che i fatti parlino da s, che  un modo neppure tanto
elegante di sottrarsi al compito dello storico perch i fatti, i
documenti parlano come li fa parlare lo storico. E lo storico che
rifiutasse l'analisi delle fonti abdicherebbe al proprio compito e al
proprio lavoro

p 336 .

e accetterebbe il ruolo, n pi n meno, del passivo collezionista di
documenti. Di qui l'esigenza di ristabilire nel lavoro storico, e
massime nella storiografia del fascismo, un approccio di tipo
interpretativo e problematico che aggredisca le componenti reali della
societ italiana nel loro incontro e nel loro scontro con il fascismo
e che non perda mai di vista, anche nelle analisi settoriali, il
collegamento orizzontale che crea una stretta interdipendenza tra gli
sviluppi politici, economici e sociali.

Le tesi di De Felice hanno suscitato un dibattito interpretativo
ancora aperto, anche se manca fino a oggi un'opera complessiva di
ricostruzione del movimento e del regime fascista che abbia recepito
le nuove ipotesi emerse attraverso la discussione degli ultimi anni. A
De Felice chi scrive ha rivolto le seguenti obiezioni rimaste fino a
oggi senza risposta: a. Il metodo e l'uso delle fonti appaiono
discutibili. Non sembra corretto, dal punto di vista storico,
attribuire un ruolo assorbente al capo del fascismo e, in ragione di
ci, presentare e interpretare decisioni e scelte strettamente legate
al modo di produzione dominante nel paese, ai rapporti tra le classi
sociali, all'assetto istituzionale cos come si era stratificato nel
periodo liberale, come effetti a volte parziali a volte totali del
"temperamento" di Mussolini, dei suoi umori, dei suoi "complessi",
delle sue paure. N  chiaro perch De Felice privilegi sempre, senza
una convincente motivazione, le fonti fasciste e trascuri invece
completamente sia le documentazioni costruite ed elaborate durante il
fascismo dall'opposizione sia i risultati di una parte notevole della
storiografia postfascista. b. Corporativismo e politica economica del
regime non sembrano essere, nella loro effettiva realizzazione,
espressione delle esigenze dei ceti medi bens un'espressione coerente
degli interessi della grande borghesia e del capitale monopolistico
con la copertura dell'intervento statale e di un assistenzialismo
demagogico che favorisce i ceti medi rispetto al proletariato. c.
Infine, non si pu parlare come fa De Felice di un apparato repressivo
che perde di peso e di importanza negli anni Trenta di fronte al
crescente consenso della popolazione, quando tutta la documentazione
disponibile fa pensare piuttosto a un perfezionamento e rafforzamento
sempre crescenti dell'apparato repressivo e a una rassegnazione
piuttosto che alla partecipazione attiva e favorevole delle masse al
regime.

7 . L'ideologia negativa quale fonte di consenso per il fascismo.

Da: N. Bobbio, Profilo ideologico del Novecento italiano, Storica
Einaudi, Torino, 1986 .

Il fascismo, in quanto "antidemocratico, antisocialista,
antibolscevico, antiparlamentare, antiliberale, anti-tutto", riusc a
coagulare le tendenze antidemocratiche dei "conservatori all'antica" e
quelle degli "irrazionalisti-eversori". Mentre l'eversione dei secondi
fu velleitaria, sostiene il filosofo italiano Norberto Bobbio, la
restaurazione dei primi fu una cosa seria che abol "tutte le
conquiste dello stato liberale senza instaurare uno stato socialmente
pi avanzato".

Il fascismo, se mai, fu un movimento non tanto anti-ideologico, quanto
ispirato, specie nei primi anni, a ideologie negative, o della
negazione, dei valori correnti. Fu antidemocratico, antisocialista,
antibolscevico, antiparlamentare, antiliberale, anti-tutto. [...]
Mussolini stesso disse che il movimento fascista non era un partito
come tutti gli altri ma un "anti-partito", il che non vuol dire un non-
partito (anzi sarebbe diventato la sublimazione dell'idea di partito),
ma un partito-anti. E checch si andasse esaltando la rivoluzione
delle camicie nere, e scimmiottando gesti, pose, frasi da
rivoluzionari, il fascismo non fu una rivoluzione ma una anti-
rivoluzione, o, per usare il termine corrente, una controrivoluzione,
che ebbe della rivoluzione alcuni aspetti esterni, la violenza, la
sfida alla legalit, l'intolleranza, lo spirito di fanatismo, la
partigianeria, senza averne il significato storico, anzi rivelandosi
un movimento profondamente,

p 337 .

come si disse a ragione e come la catastrofe finale dimostr, (ancora
un "anti") anti-storico.
Proprio perch il fascismo ebbe un'ideologia negativa, poterono
confluire in esso varie correnti ideali che erano animate dagli stessi
odi senza avere gli stessi amori, e delle quali Mussolini fu l'abile
"domatore" (per usare un'espressione di Gobetti). Il fascismo fu il
bacino collettore di tutte le correnti antidemocratiche che erano
rimaste per lo pi sotterranee o avevano avuto un'espressione quasi
esclusivamente letteraria, sino a che il regime democratico aveva bene
o male mantenuto le sue promesse, e apparvero infine alla luce del
sole e si trasformarono in azione politica quando il regime
democratico entr in crisi. Se pur con una certa semplificazione, si
pu dire che il fascismo riusc a coagulare entrambe le tendenze anti-
democratiche, tanto quella dei conservatori all'antica quanto quella
degli irrazionalisti-nazionalisti, s da presentare le due facce
antitetiche di un movimento eversivo che voleva, se pur oscuramente,
un ordine nuovo, e di un movimento restauratore che voleva puramente e
semplicemente l'ordine. I fascisti eversivi chiedevano al regime di
fare la rivoluzione (se pure la rivoluzione degli spostati, degli
sradicati, dei reduci, o come si disse con una formula felice, del
quinto stato); gli altri miravano soltanto all'instaurazione di uno
stato autoritario che facesse rigar dritto gli operai e arrivare i
treni in orario. Sennonch, mentre l'eversione dei primi fu
velleitaria e fu facilmente dissolta con l'assorbimento dei
nazionalisti, con la conversione nazionalistico-patriottica degli ex
sindacalisti rivoluzionari, la restaurazione dei secondi fu una cosa
seria, l'unica cosa seria del regime, che venne abolendo via via tutte
le conquiste dello stato liberale senza instaurare uno stato
socialmente pi avanzato.
La diversa origine ideologica dei restauratori e degli eversivi si
riverber pure nel loro diverso modo di concepire il fascismo e quindi
di utilizzarlo. Il fascismo dei primi fu puramente strumentale:
accettarono il fascismo con lo stesso animo, e anche con gli stessi
sottintesi, con cui furono pronti a ripudiare, di fronte al pericolo
della rivoluzione, la democrazia, come un rimedio salutare, anche se
amaro, alla crisi del vecchio stato. Il fascismo degli altri, invece,
fu finalistico: l'ideale di chi credeva sinceramente che il mostro
bolscevico dovesse essere spento perch l'umanit potesse riprendere
il cammino violentemente interrotto della civilt, e il fascismo
fosse, attraverso la rinascita del genio della stirpe italica, una
nuova aurora della storia. I primi furono i realisti del regime; i
secondi i credenti, i fanatici. Tra gli uni e gli altri i rapporti non
furono mai amichevoli: questi accusavano quelli di essere degli
opportunisti; ma quelli accusavano questi di essere degli esaltati. Il
regime, nonostante l'aspetto florido che esso mostrava nelle
manifestazioni ufficiali, fu continuamente scosso da correnti
sotterranee. La prova del fuoco per i restauratori dell'ordine venne
quando la guerra non voluta da loro ma dagli altri, dai super-credenti
nella grandezza del Duce, stava per essere perduta: resisi conto che
il fascismo era diventato un cattivo strumento, lo buttarono via senza
troppi complimenti con il colpo di stato del 25 luglio 1943. Gli altri
continuarono la loro battaglia disperata nella repubblica di Sal.
